Si è fatto un gran parlare del “ritorno” del cinema italiano di qualità e soprattutto di denuncia. I riconoscimenti di Cannes hanno giustamente portato alla ribalta quello che considero uno dei più grandi attori italiani contemporanei: Toni Servillo. La ragazza del lago, Gomorra e Il divo lo hanno visto protagonista assoluto per la bravura e la sensibilità. Ho gustato a breve distanza le ultime due pellicole, mentre attorno scoppiavano polemiche sul napoletano, l’immigrazione, le violenze. Un clima che si fa sempre più pesante, culminato nelle manifestazioni degli ultimi giorni contro le discariche, da un lato, e, dall’altro, nelle critiche da parte dell’Alto commissario delle Nazioni Unite sui Diritti umani circa i provvedimenti governativi in tema di immigrazione illegale.
Gomorra di Matteo Garrone è un film documentario spietato nella sua nitidezza che, oltre alle più diverse attività criminali, mette in evidenza una grande e tristissima verità: la mancanza di Speranza, quella con la S maiuscola, ben incarnata nelle parole di un ragazzino che sogna “di vivere sino a trent’anni“: a Scampia è un miraggio.
Il Divo di Paolo Sorrentino col suo sublime linguaggio onirico, surreale, intriso di un’ironia feroce che è anche “una cura per la vita” per dirla con le parole dello stesso Andreotti/Servillo, è un viaggio in un’Italia di ieri che permane in quella di oggi, nel bene e nel male. Inquietante, martellante, immerso nel buio, accompagnato da efficaci scelte musicali.
Quello che voglio sperare è che una simile attenzione del pubblico alla politica, la quale si rivela anche dalla crescita delle vendite di libri sui temi di attualità - dallo stesso Gomorra a La deriva - costituisca la spia di un rinnovato desiderio di partecipazione, in modo da provocare il risveglio di una società che troppe volte è apparsa come narcotizzata ed eccessivamente ripiegata sul privato.
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