Si è fatto un gran parlare del “ritorno” del cinema italiano di qualità e soprattutto di denuncia. I riconoscimenti di Cannes hanno giustamente portato alla ribalta quello che considero uno dei più grandi attori italiani contemporanei: Toni Servillo. La ragazza del lago, Gomorra e Il divo lo hanno visto protagonista assoluto per la bravura e la sensibilità. Ho gustato a breve distanza le ultime due pellicole, mentre attorno scoppiavano polemiche sul napoletano, l’immigrazione, le violenze. Un clima che si fa sempre più pesante, culminato nelle manifestazioni degli ultimi giorni contro le discariche, da un lato, e, dall’altro, nelle critiche da parte dell’Alto commissario delle Nazioni Unite sui Diritti umani circa i provvedimenti governativi in tema di immigrazione illegale.

Gomorra di Matteo Garrone è un film documentario spietato nella sua nitidezza che, oltre alle più diverse attività criminali, mette in evidenza una grande e tristissima verità: la mancanza di Speranza, quella con la S maiuscola, ben incarnata nelle parole di un ragazzino che sogna “di vivere sino a trent’anni“: a Scampia è un miraggio.

Il Divo di Paolo Sorrentino col suo sublime linguaggio onirico, surreale, intriso di un’ironia feroce che è anche “una cura per la vita” per dirla con le parole dello stesso Andreotti/Servillo, è un viaggio in un’Italia di ieri che permane in quella di oggi, nel bene e nel male. Inquietante, martellante, immerso nel buio, accompagnato da efficaci scelte musicali.

Quello che voglio sperare è che una simile attenzione del pubblico alla politica, la quale si rivela anche dalla crescita delle vendite di libri sui temi di attualità - dallo stesso Gomorra a La deriva - costituisca la spia di un rinnovato desiderio di partecipazione, in modo da provocare il risveglio di una società che troppe volte è apparsa come narcotizzata ed eccessivamente ripiegata sul privato.

Ho la sensazione che nessuno cominci veramente una guerra, le guerre si continuano. La pace, quella è una cosa che si deve cominciare. Guerreggiare, disgraziatamente, è una cosa quasi naturale per troppi paesi, troppe culture e troppe religioni. Ci vogliono molti sforzi e alle volte bisogna agire contro i propri istinti per cominciare a dare fiducia agli altri, per cominciare ad aprirsi, per essere in grado di vedere la realtà attraverso gli occhi dell’altro.

 

David Grossman

 

Uno dei miei periodici preferiti, Le Monde Diplomatique, ha lanciato pochi giorni fa un nuovo blog dedicato al mondo dell’informazione e dei nuovi media: Information 2.0

Per ora il sito langue, ma spero che questa iniziativa possa godere di un buono sviluppo. Infatti, per quanto esso sia incentrato sulla realtà francese – che vanta circa 5 milioni di bloggers – alcune riflessioni si prestano sicuramente anche alla realtà italiana: in particolare, si vuole indagare su come lo sviluppo straordinario di Internet abbia costretto anche gli altri media a reagire di conseguenza, trasformandosi velocemente per rincorrere “l’audience”.

Staremo a vedere!

 

Ho da poco concluso la lettura di “Questa volta è la mia storia” di Neil Simon, uno dei più brillanti commediografi statunitensi che ci ha regalato autentiche perle come A piedi nudi nel parco, Appartamento al Plaza, La strana coppia. Una lettura spassosa, ma anche di profonda sensibilità. Simon rivela con spiccata autoironia i retroscena dei suoi lavori e gli alti e bassi della carriera, raccontando con grande umiltà aspetti privati e familiari. Dalle fatidiche ”prime” alle sedute di psicanalisi, dal matrimonio con l’amatissima Joan al legame assai buffo col fedele cane, dalla nascita delle figlie ai più dolorosi drammi personali, il tutto con grande equilibrio e delicatezza. Tutto ciò rende il libro un’esperienza divertente, appassionante e vivida, perfetta per chi ama il teatro e il cinema, ma assai piacevole per chiunque voglia conoscere le tappe della vita di un uomo che ha goduto di un grandissimo successo senza per questo perdere la sobrietà e un ironico, salutare distacco.

Sulla rubrica di Buongiorno Europa dedicata ai piccoli comuni europei semi o del tutto conosciuti compare questa settimana Hay-on-Wye, località al confine fra l’Inghilterra e il Galles dove vi sono ben 30 librerie di ogni tipo, specializzate nella vendita di volumi usati. L’iniziativa si deve a Richard Booth che aprì il primo negozio di libri usati nell’ex edificio dei Vigili del fuoco. Nel 1977 autoproclamò Hay-on-Wye in principato e da allora il villaggio è meta di almeno mezzo milione di turisti l’anno, compresi naturalmente moltissimi bibliofili. Dal 1988 questa cittadina gemellata con Timbuktu è sede di un importante festival letterario, sponsorizzato da uno dei più importanti quotidiani britannici, il The Guardian Hay Festival. Quest’anno la manifestazione si terrà dal 22 maggio al 1° giugno. La località ospita inoltre altri festival come l’Hay Comedy Fringe e l’Hay-on-Wye Music Festival.

Sul sito è possibile trovare qualsiasi informazione utile, compresi diversi mercatini dell’antiquariato.

Due passi avanti, uno indietro” è il ritmo di marcia dell’Europa, secondo il professor Luigi Bonanate, ed è purtroppo impossibile dargli torto.

Nel nostro paese, come in molti altri, è in corso la procedura di ratifica del Trattato di Lisbona, firmato il 13 dicembre 2007 dai capi di Stato dei 27 membri dell’UE. Finora il testo è stato approvato da Francia, Slovenia, Ungheria, Slovacchia, Romania, Bulgaria e Polonia. Siamo dunque in attesa di qualcosa di più di un semplice atto parlamentare. Magari, una nuova ripresa dell’iniziativa italiana in Europa?

“Il caso della mancata e poi recuperata (entro certi limiti) Costituzione è esemplare - scrive Bonanate - dal Consiglio europeo di Nizza (dicembre 2000) non era assolutamente discesa una decisione relativa alla stesura di una Costituzione; essa nacque dall’iniziativa, quasi-spontanea, di Giscard d’Estaing e di G. Amato, presidente il primo e vice il secondo, della Convenzione sul futuro dell’Europa, istituita un anno dopo a Laken”.
Da questo progetto definito da Bonanate “velleitaristico e impolitico” è nato il “Trattato che istituisce una Costituzione per l’Europa” e non una “Carta costituzionale”, perché “una Costituzione si scrive quando si ha la forza di farlo, non per iniziativa di qualche coraggioso”.

Per quanto riguarda lo stesso Trattato di Lisbona il giudizio del noto docente è altrettanto lapidario: “il massimo comune multiplo si è trasformato in una specie di minimo comune denominatore! Abbiamo abbassato l’asticella fino al punto a cui tutti la potevano saltare…”.

Intanto sul sito Debate Europe, lanciato in seguito all’adozione del nuovo piano della sulla comunicazione della Commissione europea - che prevede, fra l’altro, un ampio uso dello strumento internet per coinvolgere i cittadini - è attivo il forum sul futuro dell’Europa all’interno del quale si discutono le nuove prospettive aperte dal Trattato. Gli strumenti del web partecipativo (e va ricordato perlomeno anche EUTube) messi in atto dalla Commissione Europea stentano per ora a decollare, soprattutto in un paese come l’Italia in cui si sta assistendo solo di recente a una crescita veramente sostenuta del settore, ma credo che vada messo in luce lo sforzo di rendere accessibili e appetibili le notizie attraverso appositi canali europei, cioè non filtrati dai mezzi di comunicazione nazionali. Non resta che valutare quale sarà l’impatto effettivo di questo piano d’azione e soprattutto di conoscere le linee guida della politica europea del nuovo governo.

Segnalo: L’Europa è un prodotto vendibile?

Da pochi giorni è sorta a New York, in Pennsylvania Avenue, adiacente ai Smithsonian museums, l’imponente e modernissima struttura denominata Newseum, il museo delle notizie, frutto dell’investimento di ben 450 milioni di dollari da parte del Freedom Forum, fondazioni, altre associazioni e privati. Sulla facciata, una riproduzione del 1° emendamento; all’interno, gallerie, teatri e numerosi altri spazi per i visitatori. Qualche numero: 35,000 prime pagine e copertine di testate storiche; 3.800 immagini (pagine, fotografie, cartoni e strisce, altri elementi della grafica editoriale); più di mille articoli e passi; 1000 riviste e quotidiani storici accessibili dai chioschi interattivi; 3.262 anni è l’Età del più antico documento, una tavola cuneiforme della Sumeria.

I visitatori possono seguire da appositi pannelli sovrastanti gli spaziosi percorsi un flusso continuo di notizie; The Story of News è la galleria, completamente interattiva e assai dinamica, dedicata alla storia delle notizie; da segnalare Sitting in the Hoe Seat, la sezione dov’è possibile interpretare virtualmente il ruolo del reporter o fotoreporter ed effettuare altre simulazioni. E’ naturalmente presente una galleria sull’11 settembre.

Questo il “Core Messages” del Newseum:

The free press is a cornerstone of democracy.

People have a need to know.

Journalists have a right to tell.

Finding the facts can be difficult.

Reporting the story can be dangerous.

Freedom includes the right to be outrageous.

Responsibility includes the duty to be fair.

News is history in the making.

Journalists provide the first draft of history.

A free press, at its best, reveals the truth.

La critica ha accolto con grande entusiasmo l’ultima pellicola di Gianni Zanasi, uscita a nove anni da Fuori di me (1999). Il regista quarantatreenne di Vignola ha frequentato un corso di cinema diretto da Nanni Moretti e si è diplomato presso il Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma. La sua opera prima, Nella mischia (1995) fu selezionata alla Quinzaine des Realisateurs del Festival di Cannes. Il film Non pensarci è la storia di una “normale” famiglia italiana, osservata però con sguardo limpido, libero da schemi prefissati, leggero ed ironico. Il protagonista, Stefano Nardini (un bravissimo Valerio Mastrandea) è una piccola star del rock indipendente. A trentasei anni si ritrova insoddisfatto: i ragazzi con cui suona, più giovani di lui, sono alquanto svitati; la fidanzata lo tradisce e lui si ritrova solo, senza un tetto, in compagnia della sua chitarra. Decide così di tornare in Romagna, dove vive la sua famiglia: il fratello Alberto (Giuseppe Battiston) che ha portato avanti l’azienda paterna e sta divorziando; la sorella Michela (Anita Caprioli) che ha lasciato l’Università per lavorare in un delfinario; il padre Walter, costretto a riposo per problemi di salute e la mamma, donna di casa, dedita alla spiritualità orientale, la quale cela da anni un importante segreto. Stefano pensava di poter riflettere e ritrovare se stesso, ma ben presto diventa il perno dei problemi e della angosce familiari e, suo malgrado, si fa carico delle diverse questioni economiche e private che minano le fondamenta di questa apparente felicità domestica. Nonostante e forse grazie a tutto questo, riuscirà a ritrovare in sé la fiducia perduta. Belli e convincenti anche i ruoli “minori”: Paolo Briguglia (Paolo, giovane deputato); Paolo Sassanelli (il bancario); Luciano Scarpa (Luciano detto “Matrix”), la bella Caterina Murino (Nadine). E’ nata con Non pensarci la via italiana alla comicità ebraico-newyorchese? Si domanda Paolo D’Agostini su “La Repubblica”, secondo il quale l’opera di Zanasi incarna un “felice innesto di Woody Allen su Monicelli”. Mentre Cristina Piccino (“Il Manifesto”) coglie giustamente il “tono surreale della provincia e i suoi riti, l’instabile del contemporaneo che in apparenza manco li scalfisce, e quel tono trasversale, di distanza partecipe che li restituisce capovolti” e quella “vitalità dell’imperfezione e del sentimento” che costituisce davvero l’anima del film. Infine, Paolo Mereghetti (“Il Corriere della Sera”) sottolinea la capacità di Zanasi di aggirare o ribaltare i luoghi comuni della “finzione all’italiana”.

Un film ironico e intelligente, dal tocco delicato e mai sopra le righe che se non regala grandi emozioni certamente diverte e fa pensare, con quell’ultima, indovinata scena che consacra il superamento di una troppo lunga adolescenza che aveva sino a quel momento ingabbiato e soffocato il protagonista. Memorabile, in un momento cruciale della storia, la battuta di Stefano alla madre che suona più o meno così: “forse stavamo meglio quando ci dicevamo le bugie…

Segnalo questa gustosa intervista al regista dal sito “Cinema del silenzio”.